Abbracciare chi sta morendo: un gesto umano contro la solitudine medicalizzata dell’agonia

Nelle società contemporanee la morte è diventata un evento sempre più nascosto, istituzionalizzato e medicalizzato.  Lo storico Philippe Ariès ha descritto il passaggio nei secoli da una morte più familiare, condivisa e socialmente riconosciuta a una morte progressivamente rimossa dalla scena pubblica e confinata negli spazi sanitari. Il sociologo Norbert Elias, in La solitudine del morente, ha evidenziato come nelle società moderne  morire rischia di diventare un’esperienza di isolamento, non perché manchino necessariamente persone intorno al letto, ma perché chi muore viene spesso separato simbolicamente dai vivi prima ancora di essere morto.

La medicina ha avuto un ruolo decisivo nel rendere la morte meno dolorosa e brutale. Le cure palliative, quando sono ben praticate, non si limitano infatti al controllo del dolore, ma prendono in carico anche la sofferenza psicologica, sociale e spirituale della persona e della famiglia.

Il problema nasce quando la dimensione sanitaria finisce per occupare tutto lo spazio della scena. In ospedale, in hospice o in una RSA, il familiare entra spesso in una stanza organizzata intorno al letto, ai farmaci, ai parametri vitali, ai presìdi medici e alle procedure assistenziali. Senza accorgersene, assume il ruolo di spettatore: guarda il respiro, osserva il monitor, chiede all’infermiere se manca molto. In questo modo, la persona morente viene percepita soprattutto come un corpo biologico che si sta spegnendo, mentre passa in secondo piano il fatto essenziale: quella persona è ancora un essere umano. La veglia passiva, fatta di attesa e osservazione, lascia il morente in una solitudine paradossale: circondato da persone, ma non veramente in relazione con nessuno.

Al contrario, è possibile comunicare anche quando la parola si interrompe. Una persona in agonia può non riuscire più a rispondere, può avere gli occhi chiusi, può alternare momenti di apparente assenza a brevi segnali di presenza. Ma questo non significa che sia diventata irraggiungibile. anche  le indicazioni rivolte ai familiari nell’assistenza di fine vita raccomandano spesso forme semplici di contatto, come tenere la mano o praticare un massaggio delicato, perché il conforto passa anche attraverso la presenza corporea dell’altro.

L’abbraccio, in questo senso, ha un valore particolare. Non è soltanto un gesto affettivo; è un atto sociale di riconoscimento. Significa dire alla persona morente: tu non sei solo il tuo corpo malato, non sei solo il tuo respiro irregolare, non sei solo il paziente disteso in questo letto. Sei ancora tu. Sei ancora dentro una storia, dentro legami, dentro una rete di affetti. L’abbraccio restituisce alla persona una collocazione umana proprio nel momento in cui la malattia e l’istituzione sanitaria rischiano di ridurla a caso clinico.

Abbracciare chi è in agonia significa passare dalla posizione dello spettatore alla posizione dell’accompagnatore. Significa non limitarsi a guardare la morte che arriva, ma stare accanto alla persona mentre attraversa l’ultimo tratto della vita.

C’è anche un altro aspetto, spesso taciuto. L’abbraccio non riguarda soltanto chi muore, ma anche chi resta. Molti familiari, dopo la perdita, ripensano agli ultimi momenti e si chiedono se avrebbero potuto fare qualcosa di più. A volte non rimpiangono una frase mancata, ma un gesto non compiuto: non aver preso la mano, non essersi avvicinati, non aver avuto il coraggio di accarezzare o abbracciare. Il contatto fisico può diventare una forma di congedo che non elimina il dolore del lutto, ma lo rende meno segnato dall’impressione di essere rimasti ai margini dell’evento.

Dovremmo imparare a pensare l’agonia non soltanto come un evento clinico, ma come una scena relazionale. Invece di restare seduti accanto al letto a guardare chi muore, può essere più umano avvicinarsi, toccare, stringere, abbracciare con delicatezza.

Riferimenti

Philippe Ariès, Western Attitudes toward Death: From the Middle Ages to the Present.

Norbert Elias, La solitudine del morente.

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