L’uso controverso dell’iperventilazione nella psicoterapia bioenergetica

Nella psicoterapia bioenergetica, sviluppata da Alexander Lowen, si fa ampio uso dell’iperventilazione come tecnica respiratoria. Questo approccio parte dal presupposto che blocchi emotivi e psicologici si radichino nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche, e che la respirazione superficiale sia uno dei principali segni di questi blocchi. L’iperventilazione, cioè una respirazione volontariamente accelerata e profonda, viene utilizzata per:


Perché si usa l’iperventilazione in bioenergetica

  1. Mobilitare le emozioni represse
    Respirare intensamente altera lo stato di coscienza e rompe i controlli inibitori razionali, facilitando l’emergere di emozioni inconsce (pianto, rabbia, paura).

  2. Aumentare la carica energetica
    Secondo Lowen, una respirazione più ampia attiva l’energia vitale e intensifica le sensazioni corporee, favorendo il contatto con il sé corporeo.

  3. Sciogliere le tensioni muscolari
    L’ossigenazione forzata del corpo e la conseguente modificazione del tono neurovegetativo possono portare al rilascio spontaneo di tensioni croniche.

  4. Indurre il tremore terapeutico
    L’iperventilazione può causare tremori, spasmi e formicolii, considerati segnali di scarica emozionale e “liberazione energetica”.


Critiche all’uso dell’iperventilazione in bioenergetica

1. Rischi fisiologici

  • L’iperventilazione altera l’equilibrio acido-base del sangue (alcalosi respiratoria), riduce l’afflusso di sangue al cervello (vasocostrizione cerebrale) e può causare vertigini, parestesie, confusione e svenimenti.

  • In soggetti vulnerabili (es. ansiosi, epilettici o con disturbi cardiovascolari) può avere effetti pericolosi.

2. Effetto dissociativo

  • Alcuni stati indotti non sono veri “contatti con emozioni profonde” ma alterazioni dello stato di coscienza simili a quelli ottenuti con droghe o ipnosi. Possono creare illusioni di catarsi non integrate né elaborate cognitivamente.

3. Suggestione e teatralizzazione

  • L’iperventilazione può indurre reazioni emotive intense anche in assenza di contenuti significativi, portando a una drammatizzazione del processo terapeutico. Questo espone a effetti placebo o nocebo, e a fenomeni di dipendenza dal terapeuta.

4. Rottura del senso di sicurezza

  • Il lavoro corporeo intenso può riattivare traumi pregressi senza i necessari strumenti di contenimento. In assenza di un setting solido e di una relazione terapeutica stabile, l’esperienza può risultare frammentante.

5. Trascuratezza del lavoro simbolico e riflessivo

  • L’enfasi sulla scarica emotiva e sulla “liberazione energetica” può far passare in secondo piano la rielaborazione cognitiva e narrativa dell’esperienza, necessaria per un cambiamento profondo e duraturo.


Conclusione

L’iperventilazione nella bioenergetica può essere uno strumento potente, ma non è priva di rischi, soprattutto se usata in modo routinario o non calibrato. Una critica matura suggerisce che non basta evocare emozioni o “muovere energia”, ma è essenziale integrare ciò che emerge, dentro una cornice che rispetti i tempi e le difese del paziente.

In ambito clinico moderno, molti terapeuti corporei preferiscono forme più dolci di respirazione consapevole (es. il respiro circolare lento, il respiro diaframmatico) che favoriscono il contatto interiore senza forzature.

Autore © Leonardo Evangelista con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Quando troppa concentrazione diventa un problema: la meditazione orientale è “sbagliata”

Jacopo Fo sulla meditazione orientale

In un seminario a cui ho partecipato nel 2023, Jacopo Fo, artista e scrittore (e incidentalmente figlio di Jacopo Fo e Franca Rame) ci ha raccontato che, dopo un periodo trascorso nel monastero buddista tibetano di Pomaia, in Toscana, si è reso conto che per anni aveva praticato una forma di meditazione “sbagliata”. Spesso le tecniche  di meditazione insegnate in Occidente da maestri orientali tradizionali (mantra, visualizzazioni focalizzate – la meditazione sul respiro merita un discorso a parte, per tecniche di meditazione sviluppate da Osho vedi dopo) puntano inizialmente a rafforzare la capacità di concentrazione – una facoltà che noi occidentali, sottolineava Jacopo Fo, abbiamo già ben sviluppata e che, se ulteriormente promossa, può provocare affaticamento mentale e dissociazione dal corpo.

Provo qui a spiegare la sua argomentazione.

Meditazione focalizzata: perché funziona (meglio) in Oriente

Le culture orientali tradizionali, come quella indiana o tibetana, sono storicamente meno razionalistiche rispetto a quelle occidentali. Il pensiero tende a essere più analogico, mitico, simbolico, meno strutturato secondo la logica cartesiana o l’argomentazione lineare. Il loro funzionamento mentale è meno analitico e più immerso nel flusso esperienziale.

In questo contesto, pratiche come la ripetizione del mantra, la focalizzazione sul respiro o su un punto del corpo, servono proprio a sviluppare una maggiore capacità di concentrazione e astrazione, capacità che non sono al centro della formazione culturale ed educativa tradizionale. In maggior dettaglio, il percorso buddista tradizionale ha fasi progressive: (vedi l’articolo Cos’è e a cosa serve la meditazione)

  1. Fase iniziale: sviluppare la calma e la concentrazione mentale (samatha), per quietare la mente dispersa e renderla stabile;
  2. Fase intermedia: coltivare la visione profonda (vipassanā), osservando direttamente l’impermanenza, l’insoddisfazione e l’assenza di un sé stabile nei fenomeni mentali e corporei (vipassana). In alcune scuole la fase 1 e 2  vengono sviluppate assieme, non in sequenza rigida
  3. Fase avanzata: realizzare l’assenza del sé (anattā), superare l’attaccamento e raggiungere la liberazione dalla sofferenza (nibbāna)

Viceversa, l’Occidente moderno educa fin da piccoli al controllo cognitivo, alla scomposizione razionale, alla pianificazione. Fin dalla scuola, siamo allenati a ragionare per obiettivi, a dividere la realtà in categorie logiche, a risolvere problemi con metodi lineari e analitici. Studiamo per analisi, valutiamo per indicatori, comunichiamo per astrazioni. Questa impostazione, pur utile in molti ambiti (scientifici, professionali, organizzativi), produce nel tempo uno squilibrio profondo.

Molte persone vivono costantemente “nella testa”: immerse in un flusso ininterrotto di pensieri, previsioni, autoanalisi, giudizi e controlli. Questo continuo monitoraggio mentale ci tiene in uno stato di tensione cronica, in cui il corpo viene trascurato o vissuto come un oggetto da gestire, più che come una fonte di intelligenza e saggezza.

Quando il controllo mentale si irrigidisce, l’intuizione, la creatività e la spontaneità ne risultano inibite. Ci si dissocia progressivamente dal sentire corporeo, dalle emozioni autentiche, dal piacere fisico e relazionale. Per una mente occidentale già iper-focalizzata, la meditazione come ulteriore esercizio di attenzione e controllo mentale può diventare un nuovo campo di perfezionismo, ansia da prestazione spirituale, o peggio, un modo sofisticato per evitare il contatto con le parti più vive e disordinate del proprio essere.

Un esempio pratico

Un giovane monaco tibetano che ha vissuto un’infanzia semplice, immerso nella natura, senza alcuna frequenza scolastica, potrà trarre grandi benefici dalla meditazione focalizzata: è uno strumento di centratura che rafforza la sua scarsa capacità di attenzione continuativa.

Un occidentale, invece, spesso arriva alla meditazione dopo anni di stress da prestazione, sovraccarico informativo e ipercontrollo mentale. Praticare ulteriori tecniche di concentrazione rischia di essere controproducente. Siamo già “iperconcentrati” per stile di vita e cultura – lavoriamo ore e ore al giorno focalizzati su compiti specifici, pianifichiamo costantemente il futuro, analizziamo tutto razionalmente.

Quello di cui abbiamo bisogno è esattamente l’opposto: imparare a “mollare la presa”, a lasciare andare il controllo, a permettere alla mente di rilassarsi e alla consapevolezza di espandersi naturalmente. È significativo che Fo menzioni positivamente Jiddu Krishnamurti, che infatti proponeva un approccio completamente diverso: non tecniche di concentrazione, ma semplicemente “vivere consapevolmente il qui e ora, e nient’altro”.

Questo è un esempio di come l’importazione acritica di pratiche spirituali, senza considerare il contesto culturale di origine e quello di destinazione, possa produrre effetti opposti a quelli desiderati.

Due tipi di concentrazione: tensiva e rilassata

L’argomentazione di Fo, pur corretta nel suo nucleo centrale, necessita di alcune precisazioni importanti. I benefici delle tecniche di concentrazione, per gli Occidentali, dipendono dal tipo di concentrazione e dalla finalità con cui vengono praticate.

Esiste infatti una differenza fondamentale tra:

Concentrazione tensiva: controllante, giudicante, orientata al risultato, che mantiene o aumenta lo stato di tensione mentale

Concentrazione rilassata: ricettiva, accogliente, presente, che favorisce il rilassamento e la connessione corporea

La mia esperienza col training autogeno

In un certo periodo della mia vita soffrivo di ansia e ho praticato il training autogeno, una tecnica laica di meditazione sviluppata negli anni ’30 da uno psichiatra tedesco. Viene usato anche nella preparazione al parto. Il training autogeno permette di imparare a rilassare il proprio corpo. In particolare, insegna a influenzare alcune funzioni corporee solitamente automatiche, come il battito cardiaco, la respirazione, la vasodilatazione e la temperatura periferica, e per questa via migliora la connessione mente-corpo.

La mia esperienza fu positiva: l’ansia mi passò. Lo uso ancora, di tanto in tanto, quando mi rendo conto che alcune parti del corpo sono tese.

Il training autogeno, pur essendo una pratica focalizzata, ha caratteristiche specifiche che la rendono benefica per gli occidentali:

  • È orientato al rilassamento, non alla performance
  • Connette con il corpo invece di astrarsene
  • È passivo e ricettivo piuttosto che controllante
  • Mira alla distensione della tensione mentale

Pratiche di “blocco” vs pratiche di “connessione”

Un’altra distinzione utile è quella tra pratiche meditative che hanno obiettivi diversi:

Pratiche “di blocco” del pensiero (tipicamente i mantra):

  • L’obiettivo primario è occupare la mente con un contenuto ripetitivo per impedire il flusso abituale dei pensieri
  • Funzionano per sostituzione: rimpiazzano il chiacchiericcio mentale con una formulazione fissa
  • Possono creare uno stato di trance o assorbimento mentale
  • Rischiano di rafforzare l’approccio controllante (“devo ripetere perfettamente il mantra”)
  • Per gli occidentali già ipermentali, possono essere controproducenti perché mantengono l’attività nella sfera cognitiva

Pratiche “di connessione corporea” (tipicamente quelle sul respiro):

  • L’obiettivo è riorientare l’attenzione verso le sensazioni fisiche
  • Funzionano per spostamento: dalla testa al corpo, dall’astratto al concreto
  • Possono favorire il rilassamento e la presenza sensoriale
  • Sviluppano propriocezione e consapevolezza corporea
  • Per gli occidentali dissociati dal corpo, possono essere riequilibranti

Tuttavia, questa distinzione non è assoluta: anche il respiro può essere praticato in modo “di blocco” (concentrandosi ossessivamente sul controllo del ritmo respiratorio), mentre anche i mantra possono essere praticati in modo “corporeo” (sentendo le vibrazioni nel corpo).

La qualità dell’attenzione fa la differenza

Se non vogliamo seguire l’approccio di  Krishnamurti, e desideriamo praticare esercizi di concentrazione, è necessario prestare attenzione alla qualità della concentrazione stessa. Una meditazione sul respiro praticata con gentilezza e accettazione, orientata a sentire maggiormente il corpo, è molto diversa da un mantra ripetuto con rigidità mentale per bloccare i pensieri.

La differenza cruciale è nell’atteggiamento:

  • Approccio “di blocco”: “Devo fermare i pensieri, devo fare bene”
  • Approccio “di connessione”: “Osservo gentilmente, accolgo quello che emerge”

Per gli occidentali, le pratiche che riconnettono al corpo come il training autogeno sono generalmente più benefiche di quelle che ci mantengono nella sfera mentale, anche se con contenuti diversi.

La meditazione “decorativa” del corsi New Age

Nella mia esperienza personale, ho notato che in molti corsi e seminari olistici o new age  vengono proposte pratiche meditative senza spiegazioni chiare su cosa servano o quale sia l’obiettivo (vedi la ‘meditazione alla luna’ proposta in un corso a cui ho partecipato questa settimana). Spesso ci si limita a dire: “chiudi gli occhi e ascolta il respiro” oppure “medita qualche minuto per centrarti”, ma manca del tutto una cornice, un’intenzionalità, un riferimento filosofico o terapeutico.

I conduttori propongono tecniche di concentrazione (sul respiro, su visualizzazioni, mantra semplificati) per creare un’atmosfera ‘spirituale’,  come riempitivo o come tecnica ‘magica’ per rilassarsi, senza peraltro considerare che per menti già iperattive potrebbero essere controproducenti.

L’approccio alla meditazione di Osho

Le tecniche di meditazione del santone indiano Chandra Mohan Jain, ribattezzatosi poi Acharya Rajneesh, in seguito Bhagwan Shree Rajneesh e infine Osho sono sostanzialmente diverse dalle tecniche che caratterizzano la meditazione orientale tradizionale, che, come abbiamo visto, spesso si basano su immobilità, silenzio e concentrazione intensa.

Le tecniche di meditazione sviluppate da Osho partono proprio dal presupposto che le pratiche tradizionali orientali sono difficili da applicare per persone abituate a ritmi di vita frenetici e con una mentalità più razionale e analitica.

In maggior dettaglio le caratteristiche delle tecniche di Osho sono le seguenti:

Approccio anti-concentrativo: Osho ha sempre criticato le tecniche meditative basate sulla concentrazione forzata. Le sue tecniche puntano invece alla de-concentrazione e al lasciar andare il controllo mentale.

Integrazione corpo-mente: Le tecniche di Osho (come la Meditazione Dinamica, Kundalini, Nadabrahma) coinvolgono attivamente il corpo attraverso movimento, respirazione caotica, catarsi emotiva. Questo approccio risponde al bisogno occidentale di riconnessione con il corpo.

Catarsi prima della quiete: Osho comprendeva che la mente occidentale è troppo sovraccarica per entrare direttamente in stati meditativi. Le sue tecniche includono fasi di scarico (urla, movimento, respirazione intensa) prima di arrivare alla quiete.

Consapevolezza senza sforzo: Come Krishnamurti, Osho enfatizzava la consapevolezza naturale e rilassata piuttosto che la concentrazione forzata. La sua idea era osservare i pensieri senza controllarli.

Adattamento culturale: Osho ha deliberatamente messo a punto tecniche rivolte all’uomo occidentale, soggetto a stress e sovrastimolazione mentale.

Anche queste tecniche tuttavia hanno dei rischi che descrivo in questo articolo.

Vedi anche

Autore © Leonardo Evangelista con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Gli insegnamenti di Jacopo Fo

murale ad Alcatraz Jacopo Fo
Un murale ad Alcatraz

Jacopo Fo è un importante filosofo italiano. Pur non ricoprendo ruoli accademici ha scritto alcune decine di libri, alcuni dei quali hanno avuto una vasta diffusione, su vari temi relativi all’esistenza, quali ad esempio relazioni, sessualità, cognizione, salute, discipline orientali, cattolicesimo, energie alternative e risparmio energetico, etc.

Jacopo Fo è anche un artista, e incidentalmente è anche figlio di Franca Rame e Dario Fo, ma questi sono aspetti secondari rispetto all’originalità del suo pensiero che è il tema di questo articolo.

Ho seguito il corso di Yoga demenziale tenuto da Jacopo Fo ad Alcatraz, il suo centro culturale in Umbria, credo la prima volta nel 2003, e poi di nuovo quest’anno (2023). Ne approfitto così per scrivere un commento sui suoi insegnamenti.

Tieni presente che la mia conoscenza del pensiero di Jacopo Fo è limitata. Oltre a partecipare ai due corsi ho letto non più di 2-3 dei suoi libri; perciò, questo resoconto sarà parziale e mi scuso in anticipo con Jacopo se la mia descrizione dei suoi insegnamenti sarà parziale o addirittura inesatta.

La saggezza dell’Oriente è poco utile

Uno degli insegnamenti fondamentali di Jacopo Fo, in sintesi, è che la saggezza dell’Oriente non funziona / non è utile, nel complesso, per risolvere i nostri problemi di vita.

Saggezza dell’Oriente è un termine assai generico che indica gli insegnamenti delle molte discipline religiose e filosofiche orientali, fra cui le principali arrivate in Occidente sono l’induismo, il buddismo, lo zen, la pratica dello yoga, la medicina tradizionale cinese.

Ovviamente ognuna di queste correnti ha mille sfaccettature, e volendo è possibile trovare all’interno di ciascuna singole teorie o tecniche che possono rivelarsi parzialmente utili anche nella nostra vita di occidentali. Il concetto fondamentale però, è che i contenuti di queste teorie non sono utili per impostare complessivamente la nostra vita, come invece ci propongono molti ‘maestri’ che le promuovono.

Ad esempio, qualcuno sostiene l’utilità di impostare la propria vita secondo i dettami del buddismo tibetano, altri di praticare costantemente lo yoga, altri ancora di leggere le nostre difficoltà (e di cercare soluzioni) in termini di chakra chiusi o aperti o di sbilanciamento fra Ying e Jang.

Cosa ci ha raccontato Jacopo

Perché dico che secondo Jacopo Fo e la saggezza dell’Oriente non funziona / non è utile, nel complesso, per risolvere i nostri problemi di vita?

Nella conversazione con noi corsisti che ha tenuto il 18 agosto 2023, Jacopo, con l’approccio ironico e la capacità di affabulazione che lo caratterizzano, ci ha raccontato una serie di storie che svalutano la saggezza orientale.

Ad esempio la storia di Kunga Legpa, un mistico tibetano che centinaia di anni fa ha ridicolizzato l’allora Dalai Lama e tutti i riti del buddismo tibetano, poi la storia di un discepolo lodato da Budda perché lascia morire di fame suo figlio pur di non distrarsi dalla meditazione, poi ancora la sua esperienza (di Jacopo) a Pomaia, centro della spiritualità tibetana tradizionale in Toscana, dove si è reso conto che per anni ha praticato la meditazione ‘sbagliata’ (che la gran parte dei maestri in Occidente continua a promuovere) perché volta a potenziare ulteriormente le capacità di concentrazione che noi occidentali abbiamo già ben sviluppate (vedi un approfondimento (Quando troppa concentrazione diventa un problema: la meditazione orientale è “sbagliata”), poi ancora ci ha parlato della sua respirazione diaframmatica (adottata seguendo gli insegnamenti dell’hata yoga) che, ci ha detto, gli ha provocato due ernie addominali. Jacopo ha inoltre evidenziato come il buddismo, per arrestare il ciclo delle reincarnazioni, veda con favore l’estinzione dell’umanità, obiettivo per noi occidentali totalmente inaccettabile.

Al contrario, Jacopo ha citato come esempi positivi Krishnamurti, che a un certo punto della sua vita ha rifiutato il ruolo di Nuovo Buddha, e secondo cui (cito a memoria) l’illuminazione consisterebbe semplicemente nel vivere consapevolmente il qui e ora, e nient’altro. Jacopo ha inoltre citato, in positivo, ma senza spiegare perché (il pranzo era pronto, avevamo sforato il tempo) il libro di Anthony de Mello, Chiamati all’Amore.

In sintesi, Jacopo, con un approccio antidogmatico, ci invita a non cercare nella saggezza dell’Oriente indicazioni di vita totalizzanti. Ma se la saggezza dell’Oriente è poco utile (questa è la parte destruens del suo pensiero), in che direzione, secondo lui, possiamo guardare per dare un indirizzo alla nostra esistenza?

Altri aspetti degli insegnamenti di Jacopo Fo

La fenomenologia dell’esperienza quotidiana

Un aspetto importante degli insegnamenti di Jacopo Fo è la sua attenzione alla fenomenologia dell’esperienza quotidiana. In parole povere, la sua elaborazione teorica è basata sulla sua personale esperienza della realtà.

Jacopo rielabora gli insegnamenti delle tante teorie orientali e occidentali di cui è venuto a conoscenza sulla base della sua esperienza personale quando ha provato ad applicarle.

La sua indicazione a ciascuno di noi è di fare lo stesso, di riflettere, cioè, e di trarre ispirazione dalla nostra esperienza quotidiana. Non è una indicazione da poco.

La gran parte di noi semplicemente vive, senza riflettere più di tanto sulle proprie pulsioni e sensazioni e sulle indicazioni di vita che possiamo ricavare dalla nostra esperienza quotidiana. Spesso la nostra visione del mondo e i nostri obiettivi di vita sono basati sulla visione e sugli obiettivi di persone diverse da noi, che vengono diffusi attraverso opere letterarie e i social media e che facciamo nostri acriticamente.

In questo invito alla autoconsapevolezza rientra anche una serie di esercizi fisici e mentali che Jacopo ci ha fatto fare durante il corso.

Ad esempio, l’esercizio del braccio che si alza da solo dopo aver tenuto il dorso della mano pressato per almeno un minuto contro un oggetto rigido, il miglioramento dei riflessi grazie a tecniche di visualizzazione nell’esercizio che consiste nell’afferrare una banconota al volo, il miglioramento delle capacità di resistenza a una persona che ci spinge grazie a una postura particolare, l’aumento della resistenza alla piegatura di un braccio teso grazie di nuovo a tecniche di visualizzazione.

L’attenzione alle eccezioni positive

Oltre alla fenomenologia della vita quotidiana, Jacopo dedica attenzione alle vicende personali e storiche di quanti in maniera creativa trovano soluzioni a problemi specifici. Nell’incontro del 18 agosto, ad esempio, ha citato la creatività del sindaco Antanas Mockus nel risolvere i problemi della città di Bogotà. Due giorni fa ci ha fatto vedere uno spettacolo teatrale scritto da suo padre e recitato da Mario Pirovano sulla vittoriosa resistenza degli indiani della Florida agli invasori prima spagnoli e poi americani.

Indicazioni normative in alcuni ambiti

Come abbiamo visto, Jacopo Fo svaluta il contenuto delle discipline orientali e ci invita a trarre ispirazione dalla nostra esperienza quotidiana; tuttavia, in alcuni ambiti di vita ci fornisce anche indicazioni di comportamento. Ad esempio ci fornisce  indicazioni normative su sessualità (vedi ad esempio Lo zen e l’arte di scopare), sui rapporti uomo-donna (vedi ad esempio La corretta manutenzione del maschio), sulle cure mediche (vedi ad esempio Guarire ridendo).

Ma per capire fino in fondo il senso degli insegnamenti di Jacopo Fo è necessario spiegare anche il contesto in cui si colloca la sua produzione intellettuale.

La ricerca di senso di coloro che erano giovani nel 1968

Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso molti giovani occidentali si sono rivoltati contro i valori dei loro genitori: arricchirsi (per quanto possibile), sposarsi, fare figli, vivere in una bella casa di proprietà, cercarsi un lavoro regolare, seguire disciplinati le direttive dei superiori e della chiesa. Ma anche mantenere il ruolo subordinato delle donne e continuare (negli Stati Uniti) la discriminazione di gay e persone di colore.

Alcuni dei valori dei loro genitori, va detto, erano almeno in parte comprensibili. I genitori di coloro che erano giovani a fine degli anni ’60 erano nati nella povertà estrema seguita alla crisi del 1929, avevano subito o addirittura partecipato alla Seconda guerra mondiale e poi finalmente stavano vivendo il boom economico del dopoguerra che permetteva livelli di vita e di sicurezza economica mai visti prima.

La contestazione giovanile della fine degli anni ’60 ha creato nei partecipanti una gigantesca richiesta di senso: se i valori dei genitori non vanno bene, cosa mettere al loro posto? In quegli anni era esperienza comune appassionarsi e discutere con altri giovani dei valori della vita, e sforzarsi di impostare la propria vita secondo i dettami dei valori scelti.

In questa ricerca di senso i dettami dei vari filoni della saggezza orientale sono stati visti come una possibile soluzione. NOTA 1 Altri giovani si sono invece indirizzati verso una rivitalizzazione della religione cattolica, vedi ad esempio l’esperienza di Comunione e Liberazione, e altri verso il comunismo integralista (vedi ad esempio la nascita dei gruppi extraparlamentari). In questo articolo non approfondirò queste esperienze.

A fine anni ’60 vari maestri spirituali indiani e tibetani si sono trasferiti in Europa e in America riscuotendo molto successo. La migrazione di santoni in Occidente in realtà era iniziata già nel 1800, ma dagli anni ’60 del secolo scorso ha subito una accelerazione, vedi un resoconto dettagliato in Eastern Religion in the West: The First 100 Years). Inoltre molti giovani europei, seguendo l’esempio dei Beatles, sono andati in Oriente. I vari santoni si sono posti come portatori di soluzioni da applicare a tutti gli aspetti della vita, creando spesso delle vere e proprie sette, vedi ad esempio l’esperienza di Osho nel mio articolo Cosa ci insegna la parabola di Osho.

La ricerca di senso / soluzioni è stata indirizzata anche verso culture più genericamente non europee, vedi ad esempio Carlos Castaneda che in A scuola dallo stregone e nei libri successivi favoleggia su presunti insegnamenti comunicategli da uno stregone messicano. Sugli imbrogli di Castaneda vedi il mio articolo Carlos Castaneda, fine di un mito.

Non solo valori su cui impostare la propria vita, anche soluzione ai propri problemi

La saggezza dell’Oriente è stata utilizzata non solo per trovare valori su cui impostare la propria vita, ma anche la soluzione ai propri problemi quotidiani di natura ad esempio relazionale o sessuale. Vedi ad esempio la miriade di libretti con gli insegnamenti di Osho sui principali problemi di vita.

Si è addirittura creata una ibridazione dove ‘maestri’ occidentali proponevano soluzioni a problemi personali utilizzando una terminologia orientale, vedi ad esempio il tantra yoga utilizzato in Occidente (completamente diverso da quello reale indiano tanto da essere chiamato, per chiarezza, neotantra) per curare l’eiaculazione precoce.

Il ruolo di Jacopo Fo in una società in cerca di valori

In questo contesto, Jacopo Fo, con un approccio ironico e dissacrante, ha provato a immunizzarci contro tutti i dogmatismi che ci venivano proposti in alternativa ai valori dei nostri genitori. L’azione iconoclasta di Jacopo è stata di volta in volta rivolta contro i santoni orientali, contro la chiesa cattolica, contro la sinistra integralista. E in più Jacopo ci ha fornito le sue spesso personalissime (e divertenti) ricette alternative sui principali problemi dei giovani, in particolare su sessualità e relazioni.

In cosa credono i giovani di oggi

La maggioranza dei giovani di oggi non contesta più i valori dei propri genitori perché la società, rispetto agli anni ’60, è cambiata in meglio. Le famiglie sono più aperte e tolleranti, i dettami della chiesa sono seguiti solo da una minoranza della popolazione (e comunque anche la chiesa è cambiata, vedi l’odierno Papa Francesco), la sessualità è vissuta più liberamente, i diritti delle donne e delle minoranze sono maggiormente tutelati, etc.

Tutto questo ha comportato una drastica riduzione della ricerca di valori. Nessuno fa più discussioni ispirate sul senso della vita.

Le persone vivono e basta. Ci sono riflessioni e elaborazioni teoriche solo su problemi specifici che possono presentarsi (ad esempio crisi di coppia, problemi di natura sessuale, problemi di salute), ma solo quando si presentano. Manca cioè, contrariamente a 40 anni fa, una riflessione e elaborazione rivolta a tutti gli aspetti di vita.

Sto parlando per grandi numeri, in realtà anche oggi ci sono minoranze di giovani che seguono santoni vari, che praticano lo yoga o la mindfulness tutti i giorni, oppure ancora che sono coinvolti in gruppi cristiani integralisti, ma sono appunto minoranze.

La rilevanza del pensiero di Jacopo Fo

Questo, secondo me, ha ridotto la rilevanza del pensiero di Fo. Se le persone non discutono più di massimi sistemi, la sua critica dei massimi sistemi non viene apprezzata.

In più, la rilevanza degli scritti di Jacopo Fo su sessualità e relazioni è diminuita perché l’approccio promosso da Fo e da altri (nel seminario del 18 agosto Jacopo ha citato ad esempio la sessuologa Leslie Leonelli), grazie anche all’attività divulgativa di Jacopo, oggi è divenuto mainstream.

Gli scritti di Fo rimangono comunque rilevanti per chi si interessa di discipline orientali e/o desidera approfondire le tecniche  sessuali e/o migliorare le proprie relazioni e/o la gestione di se stesso.

Oggi i temi che vanno per la maggiore e sono costantemente sui media sono diversi. Ne elenco alcuni:

  • l’ambientalismo catastrofista (se non risolviamo tutti i problemi ecologici entro domani l’umanità si estinguerà in 6 mesi),
  • la promozione della fluidità sessuale,
  • la contestazione del merito,
  • l’animalismo intransigente
  • la lotta al precariato dei lavoratori dei trasporti e dei servizi dequalificati.

Tuttavia sono temi che, per quel che posso capire, Jacopo Fo non ritiene rilevanti (nemmeno io).

……

NOTA 2: Ho raccontato la mia personale disillusione con la saggezza d’Oriente nell’articolo Non credo più all’Oriente.

Vedi anche:

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I chakra non esistono

Allora, ero a questo seminario di massaggio tantra e al termine della prima giornata mi sono sorpreso a pensare: Finalmente un seminario dove non si parla di chakra!

L’ho detto troppo presto. La mattina dopo abbiamo cominciato con una Chakra meditation.

Fino a metà Ottocento in Europa si credeva che la gran parte dei disturbi fisici e psichici fosse dovuta a uno sbilanciamento di quattro umori fondamentali: malinconico, flemmatico, collerico e sanguigno, seguendo la teoria degli umori, messa a punto dagli antichi Greci, e poi adottata dai Romani e da lì fino al Rinascimento e oltre. Poi lo sviluppo della medicina scientifica ha mandato questa teoria in soffitta.

Adesso ammettiamo che qualcuno che abita in Oriente (in India o in Cina) ed è scontento delle locali pratiche mediche venga da noi a riprendere la teoria degli umori e ne faccia la base per pratiche di guarigione e attività educative. Noi faremmo una risata.

Eppure questo è esattamente quello che è accaduto quando qualche scontento occidentale ha importato in Occidente la medicina cinese e/o indiana che crede che all’interno del corpo umano esistano i chakra, vale a dire dei centri energetici di energia vitale del corpo che governano le funzioni organiche e mentali. La credenza dell’esistenza dei chakra è frutto di una anatomia ingenua e ignorante sviluppata in Oriente nella notte dei tempi. In Cina e India le credenze sui chakra sono ancora diffuse perché sono Paesi poveri dove c’è ancora tanta gente illetterata e povera che non ha accesso alla medicina scientifica.

Poiché i chakra non esistono (se dissezioniamo un corpo umano troviamo organi, e non centri di energia, e l’energia vitale ugualmente non esiste) tutte le attività che mirano a risvegliare i chakra, aprire i chakra, spostare l’energia da un chakra a un altro sono semplicemente giochi di bambini.

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Lavorare a maglia fa bene come lo yoga

Secondo alcuni studi, citati in questo articolo, lavorare a maglia ha una serie di benefici che le persone ricercano praticando yoga. In particolare:

Il movimento ripetitivo della maglia, che si traduce in sciarpe, maglioni o guanti, fa sì che il cervello rilasci endorfine, distraendo dai dolori mentali e fisici.
 
Lavorare a maglia riduce l’ansia e lo stress, stimola gli emisferi cerebrali e rallenta il declino delle capacità cognitive. Il lavoro delle mani viene migliorato, riducendo i rischi di artrosi, o altri problemi come l’infiammazione del tunnel carpale.
 
Sono inoltre numerosi i benefici sullo stato d’animo di chi lavora ai ferri, perché aumenta l’autostima grazie anche a dei processi di socializzazione più veloci ed efficaci. Non è dunque per nulla inappropriato il parallelo che sempre di più è fatto con lo yoga: il knitting e lo e yoga riducono lo stress, riconnettono con la parte più profonda di noi e sono antidepressivi.  
 
Lavorare a maglia attiva le aree del cervello deputate al pensiero e alla meditazione. Nello yoga la meditazione è uno degli otto pilastri. Una mente meditativa favorisce il fluire delle energie e porta al rilassamento fisico. Secondo specifici studi, inoltre, anche il movimento degli occhi che segue il lavoro del filo sulla maglia, tra ferro e ferro, da un lato all’altro, può essere un aiuto: quello stesso movimento oculare è una tecnica utilizzata nello yoga.

Puoi leggere altri articoli sullo stesso tema quiqui e qui.

Dunque se volessi ottenere quei benefici mentali associati alla pratica dello yoga basterebbe semplicemente lavorare a maglia. Ma, vuoi mettere, dire che pratico lo yoga è molto più figo.

Leggi anche:

Quali attività nei corsi tantra

Che tipo di attività troviamo nei corsi tantra?

Un’indicazione ci viene da un questionario di gradimento distribuito nel settembre 2020 da una coppia di docenti di corsi tantra. Il questionario chiede ai partecipanti ai loro corsi che tipo di attività preferiscono. Ecco l’elenco delle attività riportate nel questionario:

  1. Yoga
  2. Lavoro con il corpo attraverso la danza
  3. Esercizi da bendati
  4. Dimostrazione del massaggio
  5. Pratica del Massaggio
  6. Esercizi sugli elementi
  7. Esercizi sul maschile/femminile
  8. Teoria
  9. Attività pratiche
  10. Cerchi di condivisione

Gli esercizi bendati sono esercizi di contatto con gli altri (ad esempio una persona bendata viene accarezzata da altri in successione). Gli esercizi sugli elementi, pur avendo partecipato ai seminari, non so cosa siano. E ugualmente attività pratiche e esercizi sul maschile / femminile.

Ripensando alla mia esperienza nei corsi organizzati da questa coppia di docenti e da altri, suddividerei le attività più frequenti in questo modo:

  1. Teoria: cos’è il tantra etc.
  2. Informazioni / indicazioni per vivere una migliore sessualità (e a volte anche migliori relazioni). Qui troviamo elementi di educazione sessuale e suggerimenti su come risolvere problemi sessuali (vedi ad esempio questa pagina su un sito dedicato al tantra)
  3. Danza
  4. Esercizi di respirazione e altri esercizi fisici (tipo quelli fatti nella bioenergetica)
  5. Esercizi di contatto con altre persone inclusi massaggi
  6. Cerchi di condivisione sugli esercizi svolti

Meno frequenti

  1. Esercizi di attenzione focalizzata (meditazione)
  2. Racconto di sé (difficoltà, preferenze, modalità tipiche di comportamento in ambito sessuale e/o relazione).

Che cosa cercano i partecipanti nei corsi tantra?

In Occidente il tantra viene diffuso con la promessa di una sessualità più appagante, vedi ad esempio libri dal titolo:  Tantra, la via dell’estasi sessualeTantra, vivere l’affettività, l’amore e l’erotismo in modo completo, o ancora The new art of sexual ecstasy.

La promessa di una sessualità più appagante può attirare edonisti, ma anche persone o coppie con problemi sessuali o persone con una sessualità non convenzionale.

 

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Due tipologie di corsi tantra

Ci sono corsi tantra dove si fa qualche massaggio e molte varie attività di altro tipo (modello Zadra, per intendersi): danze, esercizi di respirazione, esercizi di movimento del bacino, esercizi dove è necessario parlare e riflettere su aspetti della propria sessualità o relazioni. Poi ci sono i corsi tantra basati fondamentalmente sui massaggi.

Trovo che i corsi basati sul massaggio siano una via più facile e più diretta.

Danze, esercizi di respirazione e di movimento del  bacino possono avere un effetto benefico, ma nella mia esperienza tale effetto è in genere assai meno coinvolgente e potente di uno scambio di massaggi.

Relativamente a parlare della propria sessualità e relazioni, può essere molto utile solo se il partecipante ha dei problemi gravi, che richiedano un approccio psicoterapeutico, e voglia lavorare su questi problemi, e inoltre i conduttori siano in grado di gestire un approccio terapeutico e siano formalmente autorizzati dalle normative di legge a usare un approccio terapeutico.

Il problema con l’approccio psicoterapeutico è che in corsi con questo approccio tutti i partecipanti sono costretti a lavorare su di sé, anche se non ne hanno bisogno (per fortuna, la gran parte delle persone non ha gravi problemi personali) e che la gran parte degli operatori che propongono questo approccio non ha una formazione adeguata in ambito psicoterapeutico, e così fa interventi grossolani.

 

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Corsi New Age con trattamento psicologico obbligatorio

Ho partecipato di recente a un corso residenziale di massaggio, della durata di 2 giorni e mezzo. Il conduttore ha esordito chiedendoci di scrivere e leggere ad alta voce i nostri punti forti e punti deboli, e poi di disegnare una scena relativa a un episodio con la nostra famiglia di origine. Da qui poi il conduttore è partito con un discorso sulla necessità di ‘sciogliere i blocchi’, ‘lasciar andare’, ‘lasciarsi andare’, ‘esprimere le proprie emozioni’ e simili. Alcune partecipanti hanno seguito i suggerimenti, e così sono partite condivisioni significative (‘Mio padre non mi hai mai abbracciato’, ‘’Ho disegnato la scena del funerale di mio padre’, ‘Tu sei la figlia che non ho mai avuto’, etc.) accompagnate da crisi di pianto e in seguito urla ‘liberatorie’.

Siamo passati ai massaggi solo in seconda giornata, ma ormai il tono emotivo del gruppo, composto in maggioranza da giovani donne, era rivolto all’espressione di emozioni, anche perché il conduttore continuava a incoraggiarla, e così urla e pianti sono proseguiti fino alla fine, provocati a questo punto anche da semplici esercizi tipo guardarsi negli occhi.

Al momento della condivisione finale il conduttore ha detto che sì, effettivamente la descrizione del corso non parlava di queste attività ‘psicologiche’, ma si è giustificato dicendo che se le avesse inserite ‘la gente non si sarebbe iscritta’.

Mi è accaduta una cosa simile (trattamento psicologico inserito surrettiziamente) anche a un corso residenziale di tantra che, secondo la descrizione riportata sul sito dagli organizzatori, avrebbe dovuto illustrare e far sperimentare tecniche per potenziare l’orgasmo. In realtà il corso si è rivelato una terapia di gruppo centrata sul rapporto col padre e con l’autorità in generale. In ultima giornata ho chiesto notizie sul tema che formalmente era oggetto del corso e che fino a quel momento non era stato trattato. A questo punto il formatore ha chiamato un’assistente e in 10 minuti ha spiegato e simulato una tecnica per il potenziamento dell’orgasmo. Fine.

E ugualmente a un corso di massaggio tantrico il conduttore a un certo punto si è messo a pontificare via email (gli avevo scritto per chiedergli una fattura) sulle mie caratteristiche personali, valutazione non richiesta e non prevista dal programma del corso.

Personalmente sono diventato insofferente a interventi psicologici non richiesti, principalmente perché alla mia età ho ormai lavorato e ‘sistemato’ i temi di vita che mi creavano disagio e vivo in una condizione di serenità psicologica e inoltre, da acquirente, ritengo scorretto ricevere un servizio diverso da quello che mi è stato promesso al momento della vendita. Infine, da psicologo, verifico che questi interventi si basano spesso su una conoscenza grossolana dei meccanismi psicologici e delle tecniche terapeutiche.

Ad esempio il conduttore del corso di massaggio descritto all’inizio basava il suo intervento sulla credenza che per tutti, in qualunque momento e per qualunque problema sia utile ‘lasciarsi andare’ e ‘far emergere le emozioni’. E’ una credenza che può aggravare la condizione di persone che hanno subito abusi sessuali, violenze familiari o che più semplicemente hanno una vita insoddisfacente e sono emotivamente fragili.

Inoltre in genere le persone giovani non hanno il problema di lasciar emergere le emozioni, ma l’opposto. Quando si è giovani si è molto sensibili alle emozioni, vedi quei giovani che si uccidono per un brutto voto o per un amore non corrisposto, e quei tanti giovani a cui basta una cosa da nulla (un rimprovero dei genitori, il motorino graffiato, i biscotti per la colazione terminati) per avere la luna storta tutta la giornata. Il problema di molti giovani è piuttosto ridurre l’effetto disruttivo delle emozioni sulla loro vita quotidiana. Invitarli a ‘lasciarsi andare’, stimolare a caso l’emergere di emozioni peggiora il problema.

Un’altra credenza ingenua propagandata spesso nei corsi new age è che la causa di dolori e malattie sia invariabilmente l’esistenza di un conflitto psicologico relativo a quella parte del corpo o alla funzione che quella parte del corpo svolge, ad esempio il dolore mestruale, il cancro all’utero o alle ovaie etc. sarebbero dipendenti da problemi con la propria femminilità (su alcuni malanni minori, vedi il capitolo La medicina alternativa si basa sull’effetto placebo in questo articolo).

Questa rozzezza nell’applicazione di concetti e terapie psicologiche non mi meraviglia: per quel che ricordo, nessuno dei conduttori dei corsi New Age che ho frequentato in Italia si è presentato come psicologo. Uno (immagino il suo titolo di studio sia licenza media) mi ha scritto ‘vengo da una Competenza Empirica’.

Una parte di questi operatori è incompetente anche nella gestione d’aula. Ad esempio, uno è famoso per offendere i corsisti, e al corso sul potenziamento dell’orgasmo che ho descritto sopra ha tirato un calcio a un’assistente che aveva sbagliato una dimostrazione. Un altro è totalmente incapace di gestire i tempi, cosicché abbiamo fatto pausa pranzo e terminato le lezioni spesso con ore di ritardo; in una occasione ha interrotto la trattazione dell’argomento (massaggio tantrico) per intrattenerci per un’ora con le sue opinioni sul terrorismo islamico. Un’altra coppia di formatori usa rivolgersi ai corsisti che non condividono le loro interpretazioni o non si comportano come desiderano alzando la voce con un tono di rimprovero arrabbiato che ai giorni nostri sembra inopportuno anche in famiglia con i propri figli. Un altro, infine, è conosciuto perché ci prova con tutte le corsiste.

Infine, molti di questi corsi sono organizzati totalmente in nero, per farmi fare una fattura devo spesso penare.

Provo a immaginare alcune semplici linee guida sul lavoro su temi psicologici che chi organizza corsi New Age dovrebbe seguire:

  1. il lavoro su temi psicologici deve essere espressamente richiesto dall’utente. In generale l’utente deve essere libero di scegliere su quali temi lavorare, in che momento della sua vita lavorarci e con che operatore lavorarci
  2. l’operatore deve avviare il lavoro su temi psicologici solo se ha tempo a sufficienza per esaminare e possibilmente risolvere o le problematiche che dovessero emergere o comunque per riportare la persona alla tranquillità
  3. l’operatore deve avere un livello di competenza che gli permetta di lavorare su temi psicologici senza fare danni e deve essere per legge abilitato a farlo (cioè deve essere psicologo o psicologo psicoterpeuta).

 

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Carlos Castaneda, fine di un mito

Avevo 20 anni quando lessi ‘A scuola dallo stregone’ il primo libro di Carlos Castaneda, e ne rimasi affascinato.

Nel libro, Castaneda raccontava il suo apprendistato con uno stregone messicano incontrato durante una ricerca etnologica.

Lessi con molto interesse anche gli altri libri usciti successivamente dove Castaneda raccontava la prosecuzione della sua esperienza anche se, contrariamente a qualche entusiasta, non ho mai pensato di seguire il suo percorso andando in Messico né di utilizzare allucinogeni.

A distanza di anni è venuto fuori che (vedi l’articolo The dark legacy of Carlos Castaneda):

  • i libri sono pieni di errori logici e cronologici,
  • alcuni punti dei suoi racconti sono ripresi da opere di altri autori,
  • Castaneda aveva strutturato la sua vita privata come quella di un santone circondato da un harem di donne seguaci.

Peccato.

Vedi anche il sito  Sustained action che raccoglie alcune informazioni e testimonianze a riguardo.

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Cos’è e a cosa serve la meditazione

Cos’è la meditazione

La meditazione è una tecnica mentale di attenzione focalizzata, che consiste cioe’ nel dirigere e mantenere intenzionalmente e consapevolmente la propria attenzione verso qualcosa di diverso dalle nostre attività quotidiane. Può trattarsi ad esempio del proprio respiro, di una frase ripetuta di continuo, di un simbolo grafico o di un oggetto, del significato di un testo edificante, di una situazione fantastica, dell’ambiente circostante, del proprio flusso di pensieri.

Il riferimento a ‘qualcosa di diverso dalle nostre attività quotidiane’ serve a differenziare la meditazione da altre esperienze di attenzione focalizzata che sono assai frequenti nella nostra vita quotidiana. Nella vita quotidiana ad esempio possiamo trovarci assorti in attività di pulizia casalinga, preparazione cibi, lettura di romanzi, interazione con altre persone.

In generale, un criterio per riconoscere che l’attenzione è focalizzata è che non avvertiamo lo scorrere del tempo.

La meditazione è utilizzata da centinaia di anni in varie religioni, quali ad esempio il buddismo e il cristianesimo, con obiettivi diversi. Nel buddismo la meditazione ha lo scopo di disgregare l’ordinario senso di sé, e può provocare sofferenza (vedi dopo). Nel cristianesimo la meditazione ha lo scopo di interiorizzare maggiormente gli insegnamenti del Cristo.

Meditazione e senso del sé: confronto tra visione orientale e occidentale

Quando si parla di meditazione, è importante comprendere che non tutte le tradizioni intendono la pratica nello stesso modo. Una delle differenze più profonde riguarda il ruolo del “sé”: ovvero, il modo in cui ci percepiamo come individui, come “io” continui e separati dagli altri.

Il sé nella visione occidentale: rafforzare l’identità

Nella cultura occidentale contemporanea, la meditazione è spesso proposta come uno strumento per rafforzare il sé. L’obiettivo implicito è:

  • avere più controllo sulla propria mente,
  • migliorare la concentrazione e la produttività,
  • ridurre ansia e stress,
  • aumentare l’autoconsapevolezza e la stabilità emotiva.

In questo contesto, meditare significa “diventare una versione migliore di sé stessi”, più centrata, più efficace, più lucida. È una forma di auto-miglioramento o di crescita personale.

Il sé nella visione buddhista: riconoscere l’illusorietà dell’ego

Nel buddismo (soprattutto nelle scuole theravāda, zen e mahāyāna tibetano), la meditazione ha una funzione radicalmente diversa: non serve a potenziare l’ego, ma a metterne in discussione la solidità.

Attraverso la pratica meditativa, si osservano pensieri, emozioni e sensazioni corporee per quello che sono: fenomeni che sorgono e svaniscono, continuamente mutevoli, non controllabili, privi di un “centro” stabile.

Il punto di arrivo di questa osservazione profonda è la realizzazione che non esiste un sé solido e indipendente, ma solo un flusso di esperienza interdipendente. Questo stato di coscienza è liberatorio: viene meno la necessità di difendere, controllare, affermare costantemente un “io” fragile e costruito.

Due intenzioni diverse, due effetti diversi

Aspetto Visione occidentale Visione buddhista
Scopo della meditazione Migliorare il sé Superare l’illusione del sé
Rapporto con l’“io” Rafforzarlo (autoefficacia, resilienza) Dissolverlo (non-attaccamento, liberazione)
Effetti cercati Più concentrazione, calma, benessere Comprensione profonda della realtà e della mente
Rischio principale Prestazione spirituale, controllo mentale Distacco eccessivo, dissociazione se male integrata

Esempi di pratiche meditative

Alcuni esempi di pratiche meditative descritte in maniera sintetica (ogni attività va svolta per non meno di 10 minuti):

  • Poni l’attenzione sull’aria che entra ed esce dal tuo naso e sulla tua pancia che in corrispondenza si alza e si abbassa
  • Respira seguendo questa sequenza: inspira contando 1, ferma il respiro contando 2, espira contando 3 e 4
  • Recita una stessa preghiera o frase per 10 volte
  • Poni l’attenzione su una figura geometrica o un oggetto (es: una candela, un fiore)
  • Poni l’attenzione sul significato di una frase scritta
  • Immagina di trovarti in una baita alpina e di passeggiare sui prati
  • Poni l’attenzione sui rumori e la temperatura della stanza in cui ti trovi
  • Poni l’attenzione sul flusso dei pensieri che ti passano per la mente.

Per praticare la meditazione, soprattutto all’inizio, è utile evitare il più possibile distrazioni, quali ad esempio abiti stretti, posizioni scomode (è paradossale che molti neofiti pratichino la meditazione nella posizione del loto, che, per chi non è abituato, risulta rapidamente dolorosa), ambienti silenziosi.

Benefici e rischi della meditazione

Si discute su quali siano i benefici della meditazione. I benefici citati più di frequente sono:

  • Migliorare la capacità di attenzione
  • Migliorare il controllo delle emozioni negative
  • Ridurre lo stress
  • Ridurre le ruminazioni

Sui possibili benefici, vedi la voce di Wikipedia dedicata alla mindfulness, una pratica di meditazione laica sviluppata negli anni ’70 negli Stati Uniti.

Alcuni studiosi ritengono però che non ci siano prove di tali effetti benefici, altri evidenziano che la meditazione può avere anche effetti negativi, ad esempio riportare alla mente memorie traumatiche,  tristezza o depersonalizzazione e senso di vuoto. Anzi, tristezza e senso di vuoto sarebbero un’esperienza ordinaria del percorso dei monaci buddisti. Vedi anche un dibattito sulla cosiddetta ‘dark night’ che può verificarsi nella pratica buddista. Uno studio di ricercatori della Brown University elenca effetti quali ipersensibilità alla luce e ai suoni, insonnia, movimenti involontari, paura, ansia, perdita di emozioni. Lo studio è disponibile su PLOS one.

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